La pesante pandemia da Covid che il mondo sta vivendo in questo 2020 ha sollevato una preoccupante questione riguardo lo smaltimento di mascherine e guanti monouso. Questi DPI necessari per il contenimento dei contagi sono assai difficili da eliminare nel modo corretto per non creare un danno ambientale. Il Dipartimento per l’ambiente marino del Servizio sanitario pubblico federale belga ha riacceso i riflettori sul tema con l’iniziativa «il mare comincia in casa», dimostrando come una mascherina per la bocca può impiegare fino a 450 anni per disperdersi nell’ambiente. Il numero è allarmante, soprattutto rapportato alla già critica situazione dei mari, che sono sempre più saturi di rifiuti. Sono circa 8 milioni infatti le tonnellate di plastica che ogni anno finiscono in acqua, creando un’alterazione irreparabile agli ecosistemi marini. 

 

Molti esperti si stanno interrogando sul come riutilizzare le mascherine esauste che, secondo le più recenti disposizioni dovrebbero essere gettate nell’indifferenziato, essendo classificate come rifiuti speciali. Uno studio pubblicato sulla rivista «Biofuels» del gruppo Taylor & Francis evidenzia che le tali dispositivi potrebbero essere usati nuovamente per produrre biocarburante. L’idea è del gruppo di ricerca della University of Petroleum and Energy Studies, in India. I ricercatori hanno analizzato la composizione delle mascherine, scoprendo che le chirurgiche e le N95 sono costituite da propilene, un polimero utilizzato per la produzione di molti oggetti di uso comune (recipienti alimentari, paraurti per auto, capsule per il caffè ecc.). Il ricavo di biocarburante destinato agli autoveicoli porterebbe a un calo dell’impatto ambientale di circa il 60%, rispetto a smaltire tali materiali in discarica. «Il combustibile liquido generato dalla plastica è pulito ed ha caratteristiche simili a quelle dei combustibili fossili» afferma Bhawna Yadav Lamba, una delle scienziate protagoniste del progetto.

 

Lo smaltimento del materiale sanitario solleva anche numerose criticità a livello logistico-normativo. Come spiega Matteo Benozzo, partner dello studio legale Pavia & Ansaldo e docente di Diritto Ambientale presso all’Università degli Studi di Macerata, sul quotidiano economico Il Sole 24 Ore, “Alla mole di pattume extra, generato dal consumo spasmodico di guanti e mascherine, questa estate si è anche aggiungiamo il parziale svuotamento che le città non hanno subito nei periodi feriali, visto l’invito delle istituzioni a non allontanarsi dal proprio comune. Ecco che i sistemi locali di gestione dei rifiuti sono stati messi a dura prova». È necessario quindi porre norme ad hoc per organizzare lo smaltimento di questi rifiuti speciali, soprattutto per dare respiro ai centri abitati già in difficoltà in questo ambito, che con l’emergenza stanno arrivando a saturazione.