Jill-Abramson-007Conferire la dignità di grande evento alla nomina del nuovo direttore di un prestigioso quotidiano perché donna, brindare – magari a champagne – rievocando addirittura un libro, "The Girls in the Balcony", che racconta di una famosa causa per discriminazione sessuale degli anni '70, uno potrebbe aspettarselo in Italia. Un Paese dove il Governatore della Banca centrale deve ricordare che l'occupazione femminile è tra le più basse d'Europa e che le retribuzioni sono del circa il 10% più basse rispetto a quelle degli uomini. Un Paese dove un libro (appena uscito) che si intitola "Senza una donna. Un dialogo su potere, famiglia, diritti, nel Paese più maschilista d'Europa", scritto da due donne che ce l'hanno fatta, Flavia Perina e Alessia Mosca, è un successo annunciato. Invece, la donna in questione non è italiana ma americana, statunitense e, per l'esattezza, una "New York girl" come ama definirsi: si chiama Jill Abramson, ha 57 anni ed è stata nominata direttore del New York Times la settimana scorsa. Come si fa ad immaginare tutto questo clamore nella città di Carrie Bradshow, in quella Grande Mela dove le ragazze single e felici non permettono agli uomini di lasciare nemmeno un paio di calzini nei loro microappartamenti di Manhattan?

Negli Stati Uniti, dove giornalismo fa rima con Oprah Winfrey e Arianna Huffington, la questione non può esaurirsi ad un successo di genere. È vero, Abramson è la prima donna alla guida del giornale in 160 anni di storia, ma è anche vero che la sua nomina avviene in un momento storico particolare, quando la crisi dell'editoria sta inghiottendo anche realtà maggiori: i quotidiani non vendono più ma le versioni online, pur molto consultate, non rendono abbastanza.

Ecco, la svolta di Jill va letta più come una sfida, come il tentativo di cambiare tutto per provare a salvare il più prestigioso giornale del mondo e con esso il futuro dell'editoria.(da l' "Avanti!" dell'8 giugno 2011)