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Un pamphlet della fondazione "Colombo" racconta la 'vera' Ungheria di Viktor Orban Stampa
Scritto da Redazione   
Venerdì 10 Febbraio 2012 18:28

orban_con_papa«Questo Diario di bordo è dedicato all'Ungheria e al popolo magiaro che, durante la Storia, ha dovuto scontrarsi sempre con nemici o avversari temibili, terribili e, talvolta, invincibili. Ma da ogni scontro, da ogni battaglia per la propria libertà, gli ungheresi hanno sempre saputo uscire a testa alta. Ci riusciranno, ne siamo certi, anche questa volta, ma non possiamo nascondere il fastidio e anche – ci sia consentito – l'indignazione, per come certa parte dell'opinione pubblica italiana, sempre la stessa, pur "scottata" dalla memoria della vergogna per come scelse di schierarsi nel fatidico e drammatico 1956, perseveri nell'errore. E noi sappiamo che perseverare nell'errore non è umano ma, quanto meno, disonesto». Si apre così "Ungheria. Un Paese libero", il pamphlet pubblicato dalla fondazione Cristoforo Colombo per le libertà, presieduta da Claudio Scajola, e scaricabile dal sito internet della rivista Caravella all'indirizzo www.caravella.eu.

Il documento della fondazione Colombo – curato dal direttore di Caravella, Andrea Camaiora – affronta tutte le principali critiche che negli ultimi mesi sono state opposte al governo di centro destra guidato da Viktor Orban: dalle accuse di autoritarismo per la modifica della Costituzione alle leggi in difesa delle vita e della famiglia, dalle norme sulla magistratura a quelle che toccano la Banca centrale di Budapest.

Lo studio della fondazione di Claudio Scajola esamina articolo dopo articolo la contestata nuova Costituzione che ha dal primo gennaio 2012 sostituisce quella di impianto stalinista entrata in vigore nel lontano 1949 e non manca di criticare alcune prese di posizione eccellenti come quella dell'intellettuale francese Bernard‐Henri Lévy.

Il dossier firmato da Andrea Camaiora, giornalista che segue da vicino le vicende dei Paesi dell'Europa dell'Est, ricorda tra l'altro che 'Quando il primo governo Orban perse le elezioni generali nel 2002, i parametri macroeconomici ungheresi erano vicini ad adempiere ai criteri di Maastricht e l'introduzione dell'euro sembrava un obiettivo realistico. In particolare, il debito pubblico era sostenibile perché assestato al 53 per cento del PIL. I successivi governi socialisti‐liberali hanno dilapidato questo patrimonio e accumulato disavanzo e debito durante gli anni della crescita al punto che l'Ungheria – che ha poi aderito alla UE nel maggio 2004 ‐ è l'unico Stato membro di essere stato sotto procedura di disavanzo eccessivo. Quando l'attuale governo è entrato in carica nel maggio 2010, il debito pubblico era nel frattempo salito dal citato 53 a oltre l'80 per cento del PIL'.

Il pamphlet riporta poi una serie di prese di posizione di intellettuali italiani che si sono schierati dalla parte di Orban, che ricopre anche il ruolo di vice presidente del partito popolare europeo.

Nelle premesse, l'autore sottolinea: «Orban è nel mirino della sinistra internazionale, come era accaduto ad altri leader moderati europei prima di lui. Non occorre fare nomi. Basta vedere cosa accade nel Parlamento Europeo dove il vicepresidente del gruppo dei Socialisti e Democratici, l'austriaco HannesSwoboda, e il leader degli Euroliberali, l'ex premier belga GuyVerhofstadt, hanno chiesto l'applicazione dell'articolo 7 del trattato di Lisbona, previsto in caso di violazioni ai principi fondanti dell'Ue in tema di democrazia, libertà fondamentali e diritti dell'uomo. Tra le sanzioni previste anche la sospensione del diritto di voto nell'ambito del Consiglio Ue. Solo chi è troppo ingenuo o in mala fede - conclude Camaiora - può pensare che in una società globalizzata non abbiano portata internazionale anche gli scontri politici».

 
Romania: celebrati i cinque anni nell' Ue, fra speranza e delusione Stampa
Scritto da Redazione   
Domenica 05 Febbraio 2012 20:25

bandiera_romania«Quando ho firmato il trattato di adesione nel 2005, in Lussemburgo, mi ricordo che ero commosso, sia io che il premier d'allora Calin Popescu Tariceanu. Ora la situazione cambiata, e insieme ad altri stati, ormai 28 con l'ingresso della Croazia, stiamo progettando il futuro dell'Unione europea». Così ha ricordato il capo dello Stato romeno, Traian Basescu, il momento che ha sancito l'ingresso di Bucarest nell'Ue e il ritorno del paese, dopo quasi mezzo secolo di dittatura, nella grande famiglia democratica europea. «Dobbiamo ammettere che le nazioni non hanno tutte la stessa idea di futuro. Quello che conta per che tutti cerchiamo di armonizzare le nostre visioni: il compromesso la chiave del funzionamento dell'Unione», ha spiegato Basescu in un seminario organizzato in occasione del quinto anniversario dell'ingresso di Bucarest. Il percorso europeo della Romania, secondo il presidente Basescu, ha superato molte crisi a causa «dell'incoscienza dei politici» che non poche volte sono passati per «non europei» agli occhi delle cancellerie occidentali. «È sempre stato difficile spiegare che in Romania non ci sono politici anti-europei. Credetemi, questo stato uno dei grandi problemi di questi cinque anni: l'incoscienza dei politici che si subito trasformata in mancanza di credibilità per tutta la nazione», ha detto Basescu davanti agli alti funzionari, ambasciatori e studiosi che si erano radunati per l'evento nell'aula della Biblioteca centrale dell'università di Bucarest. «Negli ultimi due anni, grazie alla nostra coerenza, abbiamo riconquistato credibilità», ha detto Basescu accennando alle dure misure di austerità attuate nel 2010, che hanno mantenuto sotto controllo il deficit di bilancio e l'indebitamento pubblico, rendendo Bucarest fra i paesi economicamente pi stabili della regione. In questo senso il presidente si è detto «preoccupato» per «l'ascesa al potere nei governi di alcuni stati dell'Ue di partiti antieuropei», come nel caso dei Paesi Bassi. Anche in questa occasione il presidente ha definito un abuso la decisione del governo dell'Aia di bloccare l'ingresso della Romania nello spazio Schengen, nonostante tutti i requisiti previsti nel Trattato dell'Unione europea fossero stati raggiunti. «I trattamenti discriminatori sono un grosso rischio per l'Ue», ha continuato Basescu, secondo cui tali atteggiamenti fanno diventare la Romania sospettosa che anche altri stati possano avere comportamenti simili. Il presidente tornato anche su uno dei suoi temi preferiti, ovvero la necessità della creazione degli Stati Uniti d'Europa. «Prima o poi ciascun paese membro dovrà mettere da parte la sua sovranità e consegnarla all'Unione, per avere un'Europa capace di rimanere in competizione con gli altri grandi attori globali come Usa o Cina», ha sottolineato Basescu. Il capo dello stato ha infine sottolineato che per tornare sul «ponte di comando» del mondo e riposizionarsi come leader economico, l'Europa ha una sola e unica soluzione: maggiore integrazione fra gli stati che la compongono, soprattutto nel contesto del post-crisi, quando, secondo Basescu, il capitalismo «non sarà mai più lo stesso». Per il premier romeno Boc, presente all'evento, la chiave del futuro in quei pochi ma forti vantaggi che la Romania può portare all'interno dell'Unione europea. «La Romania potrebbe eccellere in agricoltura, turismo o energia, ma anche con la creatività. La creatività l'asso nella manica dei romeni. La Romania ha possibilità - ha continuato Boc - di entrare in una nuova fase di sviluppo, ancora più dinamico e creativo. Ha il vantaggio della risorsa umana, e questo potenziale ci piazza fra i paesi più ricchi dal punto di vista dell'ingegnosità e della creatività», ha detto il primo ministro. Secondo Boc, già due dipendenti su dieci lavorano in Romania nel settore delle industrie creative, che rappresentano l'ottava parte delle esportazioni romene. «Con una strategia coerente possiamo veramente eccellere nel settore delle industrie creative», ha spiegato Boc. I cinque anni passati dall'ingresso di Bucarest nell'Ue non sono stati solo rose e fiori. Tuttora infatti, come osservato sia dal premier che dal presidente, alcuni diritti fondamentali dell'Unione europea vengono ancora negati ai cittadini romeni. In primo luogo la fallita adesione allo spazio di libera circolazione, e poi i dieci stati dell'Unione europea che tuttora mantengono restrizioni per l'accesso ai loro mercati di lavoro per i cittadini romeni. Un altro lato negativo l'incapacità di Bucarest di assorbire e usare in modo efficiente le enormi risorse finanziarie, non rimborsabili, messe a disposizione dalla Commissione europea per il periodo 2007-2013. La Romania riuscita infatti ad assorbire solo il 18,5 per cento dei 35,4 miliardi di euro stanziati dalla Commissione. A questo si aggiunge la continua riduzione degli investimenti diretti stranieri, che alla fine dell'anno scorso rappresentavano meno della metà del livello del 2008. Ci sono poi questioni che danneggiano l'immagine del paese e dei romeni in generale, questioni che le autorità non sono riuscite a cancellare ma che hanno finito per amplificarsi, come la corruzione, le questioni relative alla comunità rom e la pessima immagine del settore giuridico, ancora sotto la sorveglianza della Commissione europea attraverso il Meccanismo di cooperazione e verifica. Solo pochi giorni fa nella capitale ed in altre decine di città, migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro le condizioni di vita, la classe politica, l'indebolimento della democrazia e l'accusa al presidente Basescu di aver instaurato una "dittatura". Inoltre, proprio nel parlamento europeo, a Bruxelles, i leader dell'opposizione romena sono andati a denunciare, davanti ai deputati europei, l'attuale situazione politica del paese, e il pericolo in cui si trova la democrazia stessa in Romania, a soli cinque anni dal suo ingresso nell'Unione europea.

 
Tusk prova a lanciare l'asse Roma-Varsavia Stampa
Scritto da Andrea Camaiora   
Domenica 22 Gennaio 2012 03:07

tusk_montiItalia e Polonia rilanciano i rapporti bilaterali con un vertice intergovernativo messo in agenda per il 29 maggio, a tre anni dal primo, nel 2009, e con una «grande sintonia» ritrovata nell'incontro svoltosi nei giorni scorsi tra il presidente del Consiglio Mario Monti e il primo ministro Donald Tusk. Due 'tecnici' due uomini di governo di sostanza, osservano fonti che hanno seguito il bilaterale odierno: «sia Tusk che Monti si esprimono in modo semplice, diretto, sanno dire cose anche poco popolari, ma con garbo. Sanno essere convincenti». Dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, oggi a Palazzo Chigi, Tusk l'ha detto chiaro e tondo: l'asse Parigi e Berlino è utile, ma non basta, e la convergenza tra Italia e Polonia sulle principali questioni sul tavolo nell'Unione europea potrà «costituire la migliore integrazione di quello che già succede» sulla direttrice franco-polacca. La cabina di regia europea a due ha anche aspetti positivi in un momento di emergenza, però - si ragiona a Varsavia - va affiancata al più presto da una «compartecipazione più attiva di Paesi che hanno qualcosa da dire», anche se fuori dalla zona euro. Quindi Polonia, Italia, Spagna, e possibilmente Gran Bretagna. Soprattutto, bisogna convincere la Germania che serve questo «forte gruppo di cooperazione».

Con Roma «le posizioni convergono su tematiche rilevanti: mercato unico, misure per la crescita, comprese le misure contro la disoccupazione, metodo comunitario, patto fiscale, una comunità europea intesa a 27 come organismo politico d'importanza chiave», ha dichiarato il premier polacco a conclusione dell'ora di colloquio con Monti. Tusk ha espresso il suo personale apprezzamento al presidente Napolitano, lodando il «capolavoro politico» messo assieme in una fase molto delicata e rischiosa per l'Italia.

Negli ultimi tre anni le relazioni Roma-Varsavia erano andate a rilento e, malgrado la volontà dichiarata da entrambe le parti, il primo vertice intergovernativo del 2009 era rimasto senza seguito. C'erano stati problemi concreti di agenda, come nella primavera 2010 per la tragedia aerea in cui morì anche il presidente Lech Kaczynski, poi le tensioni politiche in Italia. Ma c'era anche una «debolezza» sul fronte delle relazioni con il governo Berlusconi, non supportato da un rapporto personale diretto. Ora c'è spazio per rilanciare su concreti dossier, e cercare un confronto sul piano europeo. Tusk ne è soddisfatto, anche perché l'Italia ha un posto speciale nel suo cuore: da vent'anni vi trascorre le ferie, «sono stato dappertutto, da Bolzano a Lampedusa» ha ricordato durante la visita ai suoi interlocutori. «Se vi serve un avvocato per l'immagine del vostro Paese - ha detto - io sono a disposizione».

C'è da credergli. Tusk inserisce il suo ragionamento nel solco della tradizionale simpatia polacca nei confronti dell'Italia: da sempre i polacchi guardano con ammirazione e benevolenza nei nostri confronti e noi li ricambiamo, quando va bene, con indifferenza. E mentre ci crogioliamo nella nostra decadenza, la Polonia cresce a ritmi importanti. Facciamo in modo di non far cadere anche questa ennesima mano tesa e di non rimanere ancora una volta isolati. Ma soprattutto evitiamo di ripetere l'atteggiamento che mantenemmo negli anni '30 quando la Polonia guardava all'Italia per superare la difficilissima stagione che stava vivendo l'Europa.