| UNA FIGURA CHIAVE DELLA NOSTRA STORIA |
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| Archivio di Cultura |
| di Gianni Baget Bozzo |
| Mercoledì 20 Gennaio 2010 12:08 |
Proponiamo ai lettori un articolo di Gianni Baget Bozzo, pubblicato da "L'Avanti" il 19 gennaio 2005, che racconta la storia politica del leader socialista scomparso dieci anni fa. Ricordare Bettino Craxi è un compito che riguarderà la scienza storica del paese quando si comprenderà che Tangentopoli fu una colossale speculazione politica gestita con lucidità preordinata. Quello che possiamo fare oggi è ricordarne l'opera politica, la sua figura chiave nel passaggio oltre la stagione del compromesso storico, ricercando una via stabile per la democrazia italiana. Il primo nodo che Craxi ebbe ad affrontare fu quello del terrorismo, di fronte al rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Ciò che spinse Craxi e una parte del mondo cattolico e della Dc a cercare una via di risposta parallela alle richieste delle BR, con la grazia presidenziale a una brigatista in carcere non macchiatasi di fatti di sangue, la Besuschio, fu l'idea di far apparire qualcosa di una realtà politica che allora risultava del tutto ignota. Fu, in sostanza, la convinzione che il periodo terrorista non era un tutto unitario, e che vi fossero nel movimento elementi che cercavano un dialogo politico con lo Stato. La linea di Craxi non ebbe però seguito, e ciò condusse le Brigate Rosse all'assassinio di Moro. Il Psi, in quella circostanza, si pose in chiave garantista e libertaria, scegliendo una via che era simile a quella dei radicali. Ma l'intenzione di Craxi era quella di spezzare la linea del compromesso storico che si era stabilita tra i morotei senza Moro e Berlinguer. I morotei senza Moro erano infatti divenuti il partito legato all'intesa con il Pci in forma sistematica: ciò non corrispondeva alla natura stessa della Dc. Così fu possibile a Craxi creare una linea d'intesa tra le correnti democristiane più diffidenti verso i comunisti, specialmente i dorotei e i fanfaniani. Si potè così sostituire all'asse Dc-Pci, che Moro stesso aveva teorizzato nel corso di Benevento 1976, un asse che comprendeva correnti democristiane diverse dai morotei e dalla sinistra di base. Craxi riusciva così, partendo dalla liquidazione di Zaccagnini da segretario del partito democristiano, a creare una situazione d'intesa con importanti correnti democristiane, dando vita a un'alleanza Dc-Psi che governò l'Italia fino al 1993. Con ciò si creò però, d'altro lato, un asse tra la sinistra democristiana di Ciriaco De Mita e il Pci, con una solidarietà di lungo periodo. Ambedue le componenti, quella dorotea e quella demitiana, sostenevano l'alleanza col Psi, ma i primi come un'alleanza strategica, i secondi come una necessità tattica. Craxi aveva evitato dunque il compromesso storico, e quindi l'avvento dei comunisti al potere, eliminando la cultura dei morotei senza Moro, che puntava sul legato politico di Moro prima del rapimento messo in atto dalle Brigate Rosse. Craxi ha quindi assunto una posizione di separazione dal Pci, nella linea nazionale, che diventava dirompente soprattutto in politica estera. Ciò fu chiaro quando il governo Cossiga accettò la proposta della NATO di inserire i missili atomici americani a Comiso, in Sicilia, e lo fece con l'appoggio di Craxi a una politica sostenuta anche da Helmut Shmidt, che instaurava in Germania i Pershing 2, anch'essi missili atomici con testata nucleare. La politica della NATO tendeva a far sì che un'eventuale invasione sovietica in Europa, possibile sul piano delle forze terrestri, fosse immediatamente occasione di risposta nucleare occidentale. Era una politica d'interesse dell'Europa, che veniva fatta perché l'America diveniva in qualche modo esposta in primo piano anche dall'invasione russa della sola Europa. Non c'era più guerra convenzionale che non diventasse immediatamente guerra nucleare. Il Pci naturalmente si oppose alla politica di Craxi, ma già maturavano i primi dissensi di Berlinguer verso l'Unione Sovietica, per cui le manifestazioni di massa vennero condotte con i sindacati, l'organizzazione giovanile comunista e i movimenti pacifisti. Craxi non escluse mai la possibilità di rivoluzione interna del Pci e pensò che l'autonomia socialista potesse essere una chiave anche per l'ingresso dei comunisti in una democrazia dispiegata. Nasceva così un fatto nuovo della politica italiana: un partito socialista che diveniva il sicuro garante della linea atlantica, oltre il neutralismo e il pacifismo che sempre avevano influenza nel mondo cattolico, avvicinandolo a posizioni simili al pacifismo comunista. Questo si inseriva nel quadro di una socialdemocrazia europea che aveva la medesima linea; permetteva quindi un respiro europeo al socialismo italiano: la fedeltà atlantica e la costruzione europea andavano nella medesima direzione. Il Psi di Craxi si trovò così pienamente inserito in un quadro di rapporti atlantici forti, che vennero vivificati dall'assunzione, da parte di Ronald Reagan, della presidenza degli Stati Uniti. Si creava così quel quadro di forze che sarebbe stato causa non piccola dell'evoluzione successiva della politica estera sovietica. Il Psi diventava il più occidentale dei partiti italiani, e quindi la chiave di legittimità della politica, visto che allora l'alleanza in politica estera era la condizione della legittimità della politica interna. Fu in questo quadro che Craxi concepì la sua azione verso il mondo arabo, particolarmente verso i palestinesi, pensando l'Olp come movimento nazionale, analogo al nazionalismo europeo; e ciò diede luogo al famoso episodio di Sigonella, quando i carabinieri italiani sottrassero dalle mani degli americani un emissario di Arafat presente a bordo dell'Achille Lauro, dove dei terroristi palestinesi avevano ucciso un ebreo americano. Craxi, allora presidente del Consiglio, potè assumersi la responsabilità di un simile gesto, che intendeva inserire una politica favorevole al nazionalismo arabo nel quadro dello schieramento occidentale. Fu dunque la politica estera la chiave fondamentale di Bettino Craxi, e quindi, per le ragioni dette, egli assunse figura legittimante della politica interna, così da porsi oltre le distinzioni di partito, e fare della sua persona il garante della fedeltà italiana all'alleanza occidentale e, al tempo stesso, una politica aperta verso il nazionalismo arabo. Ciò fu possibile proprio perché la realtà italiana, troppo legata alla polemica democristiano-comunista, risultava incomprensibile alla politica europea ed americana, che considerava l'Italia nel quadro dell'alleanza e la vedeva indebolita per questioni di politica interna che avvicinavano democristiani e comunisti su posizioni di interesse limitato per gli altri paesi. Craxi fu dunque, negli anni Ottanta, il volto dell'Italia nel mondo, e il Psi il partito che si configurava come suo sostegno. Lo stesso partito, nella sua realtà particolare italiana, veniva incluso nella figura del leader. Craxi ebbe quindi, negli anni Ottanta, il medesimo ruolo ulteriore al suo partito che ebbe De Gasperi al suo tempo. Egli divenne così, ad un tempo, il garante della continuità della politica estera italiana, il promotore dell'Unione europea, ciò che impediva che la democrazia italiana fosse governata in qualche modo dall'intesa democristiano-comunista. Per quanto alleato dei comunisti in numerose sedi locali, il Psi divenne l'espressione del fatto che un partito comunista non poteva governare l'Italia atlantica ed europeista. Su tutto ciò anche i democristiani erano concordi, ma preferivano lasciare l'onere della conventio ad escludendum dei comunisti dal governo al Psi. Leader di un partito di sinistra di tradizioni massimaliste, Craxi ha riforgiato il partito sulla sua misura, facendone il partito dell'Occidente e dell'Europa, e quindi il garante della stabilità politica del paese. Questa funzione istituzionale e politica cominciò a venir meno quando iniziò, nell'89, la disgregazione del blocco sovietico. Ciò, in teoria, avrebbe dovuto condurre il Pci ad avvicinarsi al Psi, ma il paradosso fu che accadde il contrario. Il Pci ritenne di autolegittimarsi con la sua stessa storia e reputò il Psi, ancora una volta, come un ostacolo alla sua via politica di inserimento nelle istituzioni. La Dc stessa, che aveva sempre sentito il Psi come un limite al suo potere politico e, al tempo stesso, si sentiva più incline a evitare ogni mediazione politica verso il Pci, cominciò a inclinare in quella direzione. Craxi era stato il garante della politica occidentale dell'Italia nel tempo in cui esisteva la divisione in blocchi, e aveva assunto un ruolo personale di garante delle alleanze. Quando, nel 1992, si giunse alla ricomposizione delle alleanze politiche, la Dc non sostenne la linea d'intesa con il Psi, e preferì - a suo danno, con la scelta di Scalfaro alla presidenza della Repubblica - affidarsi al movimento referendario che Mario Segni aveva promosso nel paese. Il referendum Segni, che portava al sistema maggioritario, permetteva quella semplificazione del sistema politico in due soli partiti - la Dc e il Pci - che era nelle intenzioni della sinistra democristiana. La Dc pensava di uscire dal ricatto che gli imponeva il voto socialista come essenziale alla maggioranza democratica: il maggioritario rendeva la scelta binaria e quindi la riduceva alla scelta tra la Dc e il Pci. La crisi del Psi fu dunque dovuta alla crisi del sistema politico italiano costituitosi durante la guerra fredda, che chiedeva di escludere il Pci dalla sfera di governo. Con il referendum Segni la Dc pensava di puntare sul sistema maggioritario con un Pci all'opposizione, ma nel quadro di un'alternanza democratica normale. La Dc riteneva cioè che il Psi di Craxi fosse solo una turbativa del sistema bipolare, che la vedeva come polo vincente. In realtà il Psi era molto di più. Infatti, quello che apparve chiaro allora fu che il Pci non viveva soltanto in un'area di partito, ma anche in un'area movimentista, che mirava a un vero golpe bianco, facendo della magistratura il vertice del potere. La rivelazione di questo doppio stato del Pci avvenne proprio colpendo il Psi di Bettino Craxi non più in quanto garante del sistema occidentale e italiano, ma in quanto garante del sistema dei partiti democratici. Il mondo comunista rivelava una doppia natura, una incline alla conquista democratica del potere, per via parlamentare, l'altra decisa a creare le condizioni di tale conquista mediante la via dei processi. Ed i processi si scagliarono non solo contro il Psi, ma contro la Dc e tutti i partiti democratici. Craxi aveva considerato soltanto il primo aspetto del Pci, ma invece dovette subirne il secondo. Né valse l'apertura al Pci dell'Internazionale socialista per ottenere l'accordo politico con il Pci ormai guidato dalla procura milanese. Craxi cadde dunque vittima di un colpo di Stato contro i partiti, come era accaduto a Giacomo Matteotti. Ciò perché egli fu l'unica persona che seppe affrontare il problema del finanziamento dei partiti, che avveniva in forma spuria perché, appunto, nel sistema della guerra fredda il successo dell'uno o dell'altro partito incideva sulla linea della politica estera italiana. Il finanziamento ai partiti era un finanziamento di guerra, la guerra civile italiana tra comunisti e anticomunisti che non si era mai conclusa dopo la fine della seconda guerra mondiale, ed era continuata durante la guerra fredda. Le elezioni del '94 avrebbero dovuto consegnare l'Italia ai comunisti e ai democristiani di sinistra. Non accadde perché vi fu la discesa in campo di Silvio Berlusconi, la cui Fininvest era un prodotto della politica di Bettino Craxi. Forza Italia fu la rivincita democratica di fronte al golpe giudiziario. Bettino Craxi, dal suo esilio di Hammamet, seguì l'opera di Silvio Berlusconi con passione e partecipazione, perché infine era lui che l'aveva resa possibile. L'Italia che non si arrendeva ai magistrati milanesi, al golpe giudiziario e ai postcomunisti era l'Italia di Bettino Craxi. In questa Italia egli parla ancora. |




Proponiamo ai lettori un articolo di Gianni Baget Bozzo, pubblicato da "L'Avanti" il 19 gennaio 2005, che racconta la storia politica del leader socialista scomparso dieci anni fa.