L’emergenza Covid-19 ed i mesi di confinamento forzato nelle abitazioni hanno
(finalmente) riportato l’Italia davanti ad un problema da anni noto agli addetti ai
lavori, ma mai veramente considerato dai cittadini: il digital divide.

 

Il divario digitale è ormai infatti un disagio che caratterizza il nostro Paese da
tempo, e la mancanza di servizi adeguati si percepisce soprattutto nelle aree già
svantaggiate per ragioni storiche, geomorfologiche ed infrastrutturali, proprio dove,
come nel Mezzogiorno, un valido accesso alle reti a bassa latenza
rappresenterebbe una forte spinta verso la crescita e lo sviluppo.
Seppur negli ultimi anni l’Italia si sia in parte tolta la maglia nera dello Stato con
peggior copertura delle reti in Europa, c’è ancora un divario troppo ampio tra le
macro aree del nord e quelle del centro-sud.

 

In un mondo sempre più digitalizzato, in cui i pagamenti, le comunicazioni, la
condivisione e la costruzione di relazioni passano per smartphone, tablet e pc
tramite applicativi sempre più ricchi di funzioni e con user interfaces sempre più
complesse, la mole di dati da gestire cresce giorno per giorno e la voglia di reti che
riescano a supportare tale mole di informazioni diventa una necessità.
La «crisi di dati» causata dall’incessante utilizzo della rete durante la pandemia ha
spinto il governo, insieme a TIM (fornitore nazionale della rete fibra), ad accelerare
il processo di distribuzione capillare della banda ultra larga, raggiungendo molte
città e province del sud.

 

Ulteriore aiuto all’arginamento del divario digitale potrà essere dato dall’avvento
dell’infrastruttura 5G che porterà la rete ultraveloce ovunque, anche laddove la fibra
fosse impossibilitata ad arrivare per ragioni principalmente morfologiche,
permettendo sessioni di utilizzo ad alto dispendio di dati senza arrivare a
saturazione della banda.