Secondo Amnesty International sono almeno 208 le vittime accertate seguenti alla repressione violenta delle proteste in Iran causate dal rincaro della benzina e contro il regime. Oggi la tv di stato del paese IRIB (Radio Televisione della Repubblica Islamica dell'Iran) ha riconosciuto che effettivamente le forze di sicurezza hanno sparato contro i dimostranti, uccidendone un “numero imprecisato”.

Tuttavia, il portavoce della magistratura della Repubblica Islamica, Gholamhossein Esmaili, così come diversi esponenti politici, ha bollato i dati presentati al di fuori del paese asiatico come «menzogne assolute diffuse da gruppi ostili» all’estero.

Diversi deputati a Teheran, a cominciare dalla deputata riformista Parvaneh Salahshouri, hanno presentato una mozione urgente per la creazione di una commissione parlamentare d'inchiesta sulle uccisioni e gli arresti. «La tv ha diffuso notizie unilaterali e umilianti sui manifestanti, che erano arrabbiati e frustrati dai numerosi problemi economici», sostiene la deputata, denunciando inoltre come tra le vittime vi fossero alcuni minorenni, chiedendo quindi maggiore chiarezza al regime.

Tuttavia i portavoce di stato sostengono che «i nomi delle vittime che hanno dato sono falsi», che anzi i nomi di quelli dichiarati deceduti in realtà vivono tutt’ora all’estero (da cui arrivano proprio le accuse) o che sarebbero morti per cause naturali.

Il portavoce della magistratura arriva a sostenere che tra i manifestanti «molti sono stati uccisi da mercenari dell'organizzazione illegale dei Mojaheddin del Popolo (Mko) e di servizi di intelligence stranieri» e non dalle forze armate dello stato. Il governo della Persia continua a non fornire un bilancio ufficiale dei morti, riferendo soltanto che 300 persone sono attualmente detenute nei carceri.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato durante un summit della Nato a Londra come sia «terribile che molti iraniani siano stati uccisi per il solo fatto di aver manifestato».