Ho seguito l’intervista al presidente dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili, Gennaro Buia, andata in onda all’interno del TG2 di ieri sera, e mi trovo d’accordo con le sue dichiarazioni: il governo dovrebbe fare meno comunicazione e più fatti concreti.

L'ultimo decreto approvato in Consiglio dei Ministri e finalizzato a dare liquidità alle aziende infatti non può funzionare; per avere finanziamenti, ancorché in buona parte garantiti dallo Stato, le imprese devono produrre una quantità eccessiva di documenti.

Lo Stato, poi, continua ad essere sordo alle richieste di liquidare i crediti pari a 45 miliardi di euro vantati dalle imprese per lavori già eseguiti, collaudati e certificati. Il cosiddetto «modello Genova» appare difficile, se non impossibile, da replicare altrove.

Nel capoluogo ligure il decreto approvato all'indomani della morte di 43 persone per il crollo del ponte Morandi ha dato poteri eccezionali ad un ottimo sindaco, che si è avvalso dell'esperienza e della professionalità di due grandi imprese uniche in Italia, Fincantieri e Salini Impregilo. Tali condizioni - mi pare - non possono essere registrate in altre parti del Paese.

Si dice spesso che in Italia occorre meno burocrazia, o meglio che è necessario ridimensionare il potere dei burocrati: sono slogan che oggi fanno presa sull'opinione pubblica, ma si dimentica di dire che il potere dei burocrati lo ha sempre deciso la politica, a partire dalla famosa legge Bassanini, che affidava enormi poteri ai dirigenti pubblici a tutti i livelli (Comuni, Province, Regioni). Eppure nessuno oggi propone di rivedere quella riforma

Nel 1974 mi sono laureato all'Università di Pisa, presentando una tesi in Diritto Pubblico dell'Economia, con la quale mi prefiggevo di individuare il confine tra politica e burocrazia: questo confine non esiste e nessuno lo ha mai tracciato.

La verità è che quando la politica è credibile perché a rappresentarla sono persone competenti, credibili, esperte e in grado quindi di esercitare fino in fondo l'indirizzo politico, la burocrazia si adegua e risponde positivamente. Quando la politica è debole - come oggi - allora la burocrazia esonda con le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Si dice anche che è necessario abrogare il Codice degli Appalti, per velocizzare le procedure e fare in fretta gli appalti. Ma per raggiungere questi obiettivi non occorre abrogare il Codice, serve soltanto espungere quelle norme che dal 2015 al 2019 sono state sostenute e inserite su proposta dell'ANAC, con l'intento di rendere più trasparenti taluni passaggi procedurali, ma che alla fine si sono tradotte in una pesante complicazione nell'operatività delle migliaia di stazioni appaltanti. Quando approvammo il Codice nel 2006 vennero abrogate ben 57 leggi preesistenti